Suriyakantha Walawwa, un gioiello nel cuore di uno scrigno di verde — veduta aerea © Suriyakantha CAC (Pvt. Ltd)
Walawwa (anche scritto walauwa) — dimora tradizionale singalese, storicamente residenza ancestrale di un capo locale o di un aristocratico (soprattutto nella tradizione kandiana). Il termine indica comunemente le residenze d’élite singalesi (ad es. famiglie radala), spesso organizzate attorno a un cortile centrale aperto (meda midula).
Immerso nel verde lussureggiante di Kandy, cuore culturale dell’isola, questo maniero incantato conserva ancora i sussurri del suo passato, offrendo al contempo un’accoglienza generosa al viaggiatore contemporaneo.
Curata con passione dai suoi fondatori, il compianto Rohan de Silva e il compianto Dr. Jacques Soulié, l’eclettica collezione della residenza si dispiega come un racconto scolpito nel legno, nella pergamena e nell’inchiostro. Mobili d’epoca, manoscritti rari e cartoline vintage si intrecciano con tesori cartografici e stampe iconiche — ogni pezzo un capitolo del dialogo senza tempo fra Oriente e Occidente. Ogni oggetto, ogni angolo, invita a un viaggio in cui la storia respira e l’eleganza perdura.
Il cortile interno («meda midula» in singalese) del Walawwa Suriyakantha accoglie oggi lo spazio di ristorazione. © Suriyakantha CAC (Pvt. Ltd)
Walawwa (o walauwa) — il tradizionale maniero singalese, antica residenza di capi locali o aristocratici (in particolare nella tradizione kandiana). Il termine indica abitazioni d’élite (es. famiglie radala), spesso organizzate attorno a un cortile centrale aperto (meda midula).
Secondo documenti sopravvissuti, durante il regno di Sri Vimaladharmasuriya II (1687–1707), un terreno nell’area di Udunuwara fu concesso a Jayasundara Mudaliya, celebre domatore di elefanti richiamato dal sovrano da una lontana provincia. Qui stabilì la propria residenza: il Naranwala Mahawalawwa, sua dimora ufficiale come servitore reale.
La tradizione orale locale aggiunge una sfumatura quasi leggendaria: la consorte del re, amica della moglie di Jayasundara Mudaliya, visitava talvolta la loro casa. In una di queste occasioni, racconta la memoria popolare, un ladro rubò gli orecchini della regina — episodio che ancora oggi vive nel racconto dei villaggi.
L’architettura del walawwa riflette lo “stile olandese”, introdotto durante l’occupazione parziale dell’isola da parte dei Paesi Bassi (1658–1796) e armoniosamente integrato con i principi costruttivi autoctoni, adattati al clima tropicale. Tali residenze furono proprie degli aristocratici radala, nobili di Kandy legati alla corte, fino alla caduta del regno nel 1815.
Situato strategicamente nei pressi della corte reale, il Naranwala Walawwa fiorì nel XVIII secolo. Con la capitolazione di Kandy agli Inglesi nel 1815, tuttavia, la dimora entrò in un lungo periodo di declino architettonico e sociale. Solo alla fine del XX secolo si aprì un nuovo capitolo, segnato da un accurato lavoro di conservazione e rinascita culturale.
Poco distante si ergono tre capolavori del regno di Gampola (1341–1415): il maestoso tempio in pietra di Gadaladeniya, il santuario ligneo finemente scolpito di Embekke e il gioiello architettonico di Lankathilaka. Insieme, formano una triade dell’arte medievale singalese, sintesi di devozione buddhista e maestria kandiana.
Il maniero originario era concepito a pianta ad “L”, con due ali che abbracciavano uno spazio di servizio all’aperto: fulcro della vita quotidiana, dove si batteva il grano, si coltivavano erbe, si essiccavano prodotti, in un ritmo domestico proprio delle case aristocratiche dell’epoca. Dal giardino frontale, l’architettura appariva volutamente sobria: una veranda semplice, profonde gronde, una facciata a capanna essenziale. La vita familiare si svolgeva raccolta, protetta all’interno del cortile.
Elemento dominante era — ed è tuttora — l’imponente tetto a doppia falda, cifra stilistica tanto olandese quanto kandiana. La sua ampia pendenza e gli aggetti profondi rispondevano non solo a ragioni estetiche, ma anche climatiche: deviare le piogge monsoniche e favorire la ventilazione naturale, creando un cuscinetto termico.
Ampie verande, anteriori e posteriori, fungevano da spazi di transizione: freschi rifugi durante il giorno, luoghi di ricevimento e di contemplazione. Negli anni ’90 fu aggiunta una terza ala, trasformando il cortile in uno spazio semi-chiuso, a metà tra loggia e patio, dove dialogano riparo e apertura, intimità e accoglienza.
La rinascita del walawwa si deve alla visione e alla determinazione di due uomini — il Dr. Jacques Soulié e Rohan de Silva — che, con l’aiuto di esperti e artigiani locali, intrapresero un restauro completo e rispettoso. La loro dedizione alla tutela e alla trasmissione culturale rese naturale il passo successivo: la creazione di uno spazio culturale vivente.
Nel 2015 la residenza restaurata aprì le sue porte come Centro Suriyakantha per l’Arte e la Cultura, una “casa-museo” unica nella Regione Centrale. La sua missione: custodire non solo l’edificio e le collezioni, ma anche instaurare un dialogo tra passato e presente, tra locale e globale.
Nel 2016 la visione si ampliò con l’apertura di una galleria d’arte dedicata, ospitando mostre temporanee e offrendo una piattaforma privilegiata all’espressione artistica contemporanea. Ponendo la creatività moderna accanto a un patrimonio secolare, il Centro afferma con forza che l’identità culturale non è mai statica, ma in continuo rinnovamento.
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